Articolo 1 di 3 · Riflessioni da Atene
Sono ad Atene, in Grecia, per i Mondiali Master di pesistica. Basta guardarsi intorno per capire che qui il valore di ciò che accade non sta soltanto nei chili sollevati. Ci sono persone che hanno attraversato lavoro, famiglia, infortuni, pause, ripartenze. Eppure sono ancora qui. Si allenano, viaggiano, gareggiano, si espongono alla possibilità di sbagliare.
Ed è proprio qui che continuo a pensare a una contraddizione. Nel nostro sistema sportivo investiamo moltissimo nel trovare bambini da avviare alla pratica, ragazzi da far crescere, talenti da selezionare e atleti da portare verso la prestazione. Poi, con il passare degli anni, lo spazio si restringe. Come se il valore dello sport diminuisse insieme alla possibilità di migliorare un record.
Sono un coach. La prestazione mi interessa, eccome. So quanto lavoro possa esserci dietro un chilo in più, un gesto più pulito, un tempo migliore. Il problema non è inseguire la performance. Il problema nasce quando cominciamo a confondere la punta della piramide con l'intero edificio.
Uno sport che sa produrre risultati ma non sa produrre continuità rischia di vincere oggi e perdere la cultura del movimento domani.
Il futuro che mostriamo ai ragazzi
Proviamo a guardare una società sportiva con gli occhi di un adolescente. Vede bambini che iniziano, ragazzi forti che ricevono attenzione, campioni da ammirare. Poi cerca cosa succede dopo. Dopo la scuola. Dopo il primo lavoro. Dopo i figli. Dopo il momento della vita in cui allenarsi non può più occupare il centro di tutto.
Se quello spazio rimane vuoto, il messaggio arriva anche senza essere pronunciato: lo sport è una cosa da giovani, con una possibile proroga per chi continua a essere abbastanza bravo.
In Italia i dati ISTAT del 2024 mostrano una pratica sportiva del 75,6% fra gli 11 e i 14 anni, del 66,1% fra i 15 e i 17 e del 53,9% fra i 18 e i 24. Sono fasce di popolazione differenti, quindi non vanno lette come il tracciamento degli stessi ragazzi. Ma descrivono con chiarezza un passaggio delicato: andando verso l'età adulta la presenza nello sport si riduce progressivamente. [1]
È qui che lo sport Master può diventare molto più di una categoria anagrafica. Può rendere visibile un futuro. Un quarantenne, un cinquantenne, una persona che ricomincia a gareggiare dopo anni può dire senza bisogno di slogan: la tua vita cambierà, ma il movimento può continuare ad appartenerle.
Il patrimonio dei Master vale due volte
La prima ricchezza sono i modelli. Non il modello perfetto, ma una pluralità di vite possibili. Il campione internazionale mostra fin dove può arrivare una disciplina. L'adulto che continua ad allenarsi mostra come quella disciplina possa trovare posto dentro una vita reale.
È una differenza enorme. Per un ragazzo può essere importante vedere il vertice, ma può essere altrettanto importante incontrare qualcuno che lavora, ha responsabilità, attraversa settimane complicate e continua comunque ad avere uno spazio per allenarsi. Non perché sia un supereroe. Proprio perché non lo è.
Da qui può nascere una trasmissione a cascata: un atleta più maturo diventa riferimento per un adulto più giovane; quell'adulto rende normale il movimento dentro la propria famiglia; un adolescente cresce vedendo che lo sport non termina con l'ultima gara giovanile; un bambino trova davanti a sé una cultura già abitata.
Ma è la seconda ricchezza che oggi mi interessa ancora di più.
La vera eredità è la cultura che cresce attorno a quei modelli
Più adulti che praticano sport, che trovano il proprio posto e continuano a esserci possono contribuire a costruire una comunità in cui il movimento abbia spazio, valore e continuità.
Ne abbiamo bisogno. In Italia, nel 2024, soltanto il 28,7% della popolazione dai 3 anni in su praticava sport con continuità. È una media nazionale che mette insieme fasce d’età molto diverse e, proprio per questo, rischia perfino di nascondere quanto la pratica cambi nel corso della vita: molto più alta tra bambini e adolescenti, molto più bassa man mano che si entra nell’età adulta e anziana.
Quel 28,7% mi interessa più di qualunque medaglia, perché misura qualcosa che nello sport raccontiamo troppo poco: la capacità di continuare. Se meno di tre persone su dieci praticano sport con continuità, la domanda non può essere soltanto quanti giovani riusciamo ad avvicinare allo sport, ma quanti riusciamo ad accompagnare perché lo sport rimanga parte della loro vita anche dopo.
È qui che il patrimonio dei Master assume un significato diverso. Non rappresentano soltanto persone che continuano a competere: rendono visibile la possibilità che lo sport non abbia una data di scadenza.
Quanto vale il nostro progresso se misuriamo ogni centimetro guadagnato nella prestazione e ci interessiamo così poco a quante persone riescono a fare del movimento una parte stabile della propria vita?
È qui che vedo il secondo grande valore dello sport Master. Ogni adulto che continua ad allenarsi contribuisce, nel suo piccolo, a modificare ciò che attorno a lui viene considerato normale. Rende più familiare l'idea che ci si possa allenare lavorando. Che si possa cominciare tardi. Che si possa ricominciare. Che il corpo non diventi improvvisamente un oggetto da conservare appena finisce l'età della prestazione giovanile.
E quando queste persone diventano tante, non cambiano soltanto le conversazioni. Cambiano le richieste che una comunità rivolge a se stessa. Servono spazi accessibili. Orari compatibili con la vita adulta. Associazioni capaci di accogliere principianti e atleti esperti. Eventi nei quali partecipare non significhi per forza inseguire il podio. Coach capaci di adattare obiettivi e carichi alle diverse fasi della vita.
In altre parole, gli adulti che restano nello sport non sono soltanto utenti di un servizio. Possono diventare parte dell'infrastruttura culturale che rende il movimento possibile anche per gli altri.
Il terreno viene prima del seme
Qui bisogna evitare una semplificazione. Obesità e inattività fisica non dipendono soltanto dalla volontà individuale. L'OMS richiama fattori sociali, economici, ambientali e culturali che influenzano concretamente l'accesso e le opportunità di essere attivi. [4]
Per questo non basta ripetere ai bambini che lo sport fa bene. E non basta neppure chiedere agli adulti di «darsi una mossa». Una cultura del movimento esiste davvero quando trova forma nelle possibilità concrete che una comunità offre ogni giorno: luoghi, tempi, percorsi, competenze, relazioni, occasioni per iniziare e soprattutto motivi per continuare.
Se vogliamo che nelle nuove generazioni germoglino i semi di una vita attiva, dobbiamo occuparci del terreno in cui li lasciamo cadere.
Quel terreno siamo anche noi adulti. Sono le nostre abitudini, il modo in cui parliamo del corpo, il tempo che siamo disposti a riconoscere al movimento, gli spazi che chiediamo alle città, il valore che le associazioni attribuiscono a chi non ha più sedici anni.
Possiamo organizzare centinaia di progetti per i più piccoli. Ma se quei bambini crescono in un mondo in cui quasi nessun adulto si muove, in cui lo sport sparisce appena arrivano lavoro e responsabilità e in cui chi non performa non trova più uno spazio, stiamo chiedendo a un seme di fare tutto il lavoro da solo.
Forse stiamo misurando la cosa sbagliata
Il sistema sportivo è abituato a contare medaglie, record, classifiche, iscritti ai settori giovanili. Sono numeri importanti. Ma se vogliamo parlare seriamente di futuro, dovremmo iniziare a farci anche altre domande.
Quante persone restano attive a trent'anni? Quante a quaranta? Quante ricominciano dopo una pausa? Quante società riescono a tenere insieme bambini, adolescenti, adulti e Master senza trattare le ultime categorie come un riempitivo? Quante famiglie vedono almeno un adulto allenarsi con continuità? Quante comunità considerano normale muoversi per tutta la vita?
Non sto proponendo di sostituire la prestazione con la partecipazione. Sarebbe un'altra semplificazione. Sto dicendo che le due cose devono smettere di essere nemiche. Il vertice ha bisogno di una base culturale larga; una base culturale larga ha bisogno anche di persone capaci di mostrare quanto può essere affascinante spingersi oltre.
È qui che il patrimonio dei Master vale più della loro classifica. Sono persone che possono tenere insieme questi due mondi: l'ambizione e la durata, la prestazione e la vita quotidiana, il desiderio di migliorare e la capacità di restare.
Che cosa voglio riportare a casa da Atene
Da questo Mondiale non vorrei riportare soltanto fotografie, risultati e numeri. Vorrei riportare una domanda più scomoda: che cosa succede alla nostra comunità quando un adulto decide di continuare?
Forse un figlio vede qualcosa che prima non vedeva. Forse un amico smette di pensare che sia «troppo tardi». Forse un'associazione comprende che può costruire un percorso anche per chi non è più una promessa. Forse un'amministrazione trova davanti a sé cittadini che chiedono spazi per muoversi. Forse nasce una nuova normalità.
Questo è il significato che voglio dare alla visione Athleti Master Power ed by Lenoci Cardiology STP dell' a.s.d. Placebo Fit. Non creare una vetrina per chi ha superato una certa età, ma usare quelle esperienze per generare modelli, relazioni e partecipazione. Fare in modo che una pedana internazionale possa avere conseguenze anche molto lontano dalla pedana.
Perché il punto, alla fine, non è convincere ogni adulto a diventare un atleta Master. Il punto è costruire un mondo nel quale continuare a muoversi da adulti non sembri un'eccezione.
Se diciamo che i bambini sono il futuro dello sport, allora dobbiamo smettere di affidare tutto il futuro a loro. I bambini sono i semi. Gli adulti, le associazioni, le famiglie e le comunità sono il terreno. E nessun seme cresce bene in un terreno che abbiamo smesso di coltivare.
Inauguro questo blog da qui. Non contro la prestazione, ma contro l'idea che basti. Non contro lo sport giovanile, ma contro un sistema che rischia di occuparsi dei ragazzi senza costruire il mondo adulto nel quale vorremmo vederli arrivare.
Nel prossimo articolo partirò da un'altra domanda: perché una prestazione ci emoziona davvero? Per il numero in sé, o per la storia, la sfida e l'essere umano che quel numero riesce a raccontare?
Fonti
[1] ISTAT, La pratica sportiva in Italia – Anno 2024, pubblicato il 30 giugno 2025
[3] World Health Organization, Obesity and overweight
[4] World Health Organization, Physical activity
#coachRagone · Giuseppe Ragone